8 giugno 1794. Tutta l’Europa cristiana si appresta a festeggiare la Pentecoste secondo il calendario gregoriano, tranne un paese: la Francia. A Parigi infatti non è l’8 giugno e non è il 1794, ma il 20 pratile dell’anno 2, secondo il calendario rivoluzionario che data dal 22 settembre 1792, giorno della proclamazione della Repubblica. La Rivoluzione francese cominciata nel 1789 ha già portato la “figlia prediletta” della Chiesa ad abbattere la monarchia e a ghigliottinare il re Luigi XVI. Ora non ha alcuna intenzione di festeggiare l’effusione dello Spirito Santo che puzza di Ancien Régime, bensì l’Essere Supremo. La scristianizzazione del paese è già cosa fatta: la religione cattolica è stata abolita, le feste cambiate (Natale è diventato il “giorno del cane”), i nomi delle città con riferimenti a santi modificati, l’espressione «grazie a Dio» sostituita (pena la morte) con «grazie alla Natura», le chiese distrutte o trasformate in magazzini, i preti costretti a rinunciare alla fede, i refrattari uccisi, i beni della Chiesa già appartengono al Popolo e papa Pio VI ha già tuonato: «Fino ad ora siamo rimasti in silenzio, nel timore di irritare con la voce della verità questi uomini sconsiderati», ma ora non è più possibile perché «l’Assemblea ha l’obiettivo di distruggere la religione cattolica».

A guidare un lungo corteo nella capitale dalle Tuileries al Campo di Marte, tra due ali festanti di popolo, non c’è dunque l’arcivescovo di Parigi, Jean-Baptiste Gobel, ma l’Incorruttibile, Maximilien de Robespierre. Gobel, del resto, fervente giacobino, dopo essersi fatto eleggere dai suoi colleghi deputati (e non dal Papa) arcivescovo della capitale, si era spretato con un appassionato discorso pubblico il 7 novembre 1973: «Oggi che la rivoluzione marcia a grandi falcate verso un fine glorioso, oggi che non deve esserci più alcun culto pubblico e nazionale se non quello della libertà e della santa uguaglianza, io rinuncio a esercitare le mie funzioni di ministro del culto cattolico». Ma Robespierre non amava l’ateismo. Imbevuto e figlio com’era dell’Illuminismo, era anche convinto che alla religione e morale cattolica dovesse esserne sostituita una nuova, «naturale»: quella della Ragione. Ecco perché Robespierre, vero pontefice della Rivoluzione, vestito con un pomposo abito celeste ornato di piume, seguendo alla lettera il canovaccio predisposto da Jacques-Louis David (il grande pittore certo, ma anche il regicida, l’adepto del Terrore, lo yes-man di Robespierre, che tradirà alla prima occasione, e infine l’adoratore di Napoleone), brucia il 20 pratile l’effigie dell’Ateismo. Dal fumo emerge la statua della Saggezza, che con la mano indica il cielo, dimora dell’Essere Supremo. Le trombe squillano, i tamburi rullano, la folla adorante intona L’Inno all’Essere Supremo e mentre l’Incorruttibile pronuncia un interminabile discorso, non si accorge che il suo abito è ridicolo, che il popolo mormora, che i membri della Convenzione pronunciano a mezza bocca la parola «dittatore». Robespierre non si rende conto che fino al giorno prima della festa, il palco da cui parla era occupato dalla ghigliottina, spostata per l’occasione, non si immagina che nel giro di due mesi anche la sua testa finirà nel ceppo e che anche lui sentirà quel «rapido soffio d’aria fresca sulla nuca» provocato dalla caduta della lama affilata. Mentre il sole tramonta su Parigi, l’Incorruttibile non può prevedere che l’ombra che si stende sulla Francia è già quella di Napoleone Bonaparte.
Sono passati 230 anni dall’inizio della Rivoluzione francese, uno dei capitoli più discussi, criticati e osannati della storia mondiale. Tutto è già stato detto e scritto sui protagonisti e le comparse della madre di tutte le rivolte. La Rivoluzione francese è già uscita dal campo della storia per entrare in quella del mito. Dopo che il grande romanziere Victor Hugo, nel 1841, nel suo discorso all’Accademia francese, definì la Convenzione «un soggetto di contemplazione spaventoso ma sublime», in occasione del bicentenario, alla Sorbona, l’allora presidente francese François Mitterrand rivendicò nel 1989 la «nostra Rivoluzione», aggiungendo che «il processo della Rivoluzione è molto spesso la forma autorizzata del processo della democrazia».

«La moderazione è già un crimine»

Senza i Marat, i Robespierre, i Danton, si legge sui manuali di storia d’Oltralpe, la Francia non avrebbe mai avuto la Terza Repubblica e il mondo non avrebbe mai goduto della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (da qui in poi Dichiarazione). E se proprio non si può elogiare tutta la Rivoluzione, si dovrebbe almeno concordare con il grande storico François Furet che l’interpretazione marxista della Rivoluzione come frutto della lotta di classe è errata e che bisogna distinguere due periodi opposti: il primo (1789-1790), positivo e coronato dalla Dichiarazione, e il secondo, negativo, caratterizzato dal Terrore.

È in questo contesto storico e storiografico che si inserisce l’opera di Claude Quétel. Il professore universitario, specialista della Seconda Guerra mondiale e dell’Ancien Régime, direttore onorario di ricerca al Cnrs e direttore scientifico del Memoriale di Caen, autore di decine di volumi storici, ha pubblicato per i tipi di Tallandier Perrin Crois ou meurs! Histoire incorrecte de la Révolution Française. Più che “scorretta”, la storia raccontata da Quétel è blasfema, perché quando un grande avvenimento storico diventa un idolo, ogni commento non può che essere un pellegrinaggio al santuario della memoria o una guerra santa. Ma Quétel non ha scritto un pamphlet, bensì una vera e propria cronologia della Rivoluzione francese, giorno per giorno, settimana per settimana, arricchita da abbondanti citazioni dei discorsi tenuti all’Assemblea nazionale e dagli articoli di giornale dell’epoca. Il titolo stesso dell’opera spiega perfettamente il tentativo dello storico: «Credi o muori!» è infatti un’espressione utilizzata dal giornalista Mallet du Pan, che il 17 ottobre 1789 scrisse sul Mercure de France, uno dei periodici più letti della Francia: «È con il ferro o il cappio alla mano che l’opinione pubblica impone oggi le sue decisioni. “Credi o muori!”, ecco l’anatema che pronunciano gli spiriti ardenti e lo fanno nel nome della libertà. Invano, tra tanti ostacoli, si prenderà la strada della moderazione; essa è già divenuta un crimine».

La tesi di Quétel è tanto semplice quanto inaccettabile in Francia, che si vanta da secoli di essere la «patria dei diritti umani»: la Rivoluzione è stata un’orgia di sangue fin dal principio e non ha mantenuto nessuna delle promesse sbandierate. Non ha inventato i diritti dell’uomo, difesi (anche se non con questo nome) fin dall’alba dei tempi dal cristianesimo, non li ha scritti per prima nell’incensata Dichiarazione del 26 agosto 1789, dal momento che la Dichiarazione d’indipendenza americana già li proclamava nel 1776. Soprattutto non li ha applicati né durante i suoi 10 anni di vita convulsa e mortifera, né dopo.

Il veleno dell’Illuminismo

Scrive Quétel nell’introduzione del suo libro di oltre 500 pagine: «Quale Libertà? Quale Uguaglianza? Quale Fraternità? Quando questi nobili princìpi sono entrati nella realtà storica? A partire da quando la proclamazione dei diritti dell’uomo porta concretamente al rispetto degli esseri umani come persone?». L’obiettivo di Quétel è dunque uno solo: «Scoprire l’impostura e convenire infine che la Rivoluzione francese è stata un episodio esecrabile della storia della Francia, una follia mortifera e inutile, una guerra civile. La Rivoluzione tutta intera è stata uno scivolamento fin dai primi giorni degli Stati generali, tanto che per salvare la Francia dall’anarchia c’è stato bisogno di una dittatura militare».
Gli elementi che compongono il mix esplosivo che porta allo scoppiare della Rivoluzione sono tre, spiega lo storico: un re incapace di governare, Luigi XVI; una società francese «bloccata» di 26 milioni di abitanti dove la proprietà della terra non era in mano a chi la coltivava e il Terzo stato, ossia i nove decimi dei francesi, non poteva accedere ai benefici riservati alla nobiltà e al clero; e infine quello che Quétel chiama «il veleno del filosofismo». Con questa espressione lo storico si riferisce a quella «parodia della filosofia» che sogna un mondo utopico dove l’Uomo, concepito sempre «in modo astratto», guidato dalla ragione e libero dai dogmi della morale e della religione, dell’autorità e della tradizione, possa vivere senza disuguaglianze. Sono le idee di Voltaire, che nel suo Dizionario filosofico del 1764 scrive: «Tutti gli uomini sarebbero necessariamente uguali se non avessero bisogni». Sono le idee di Jean-Jacques Rousseau, che nel suo Discorso sulle scienze e sulle arti del 1750 enuncia: «La prima fonte del male è la disuguaglianza». Se non fosse corrotto dalla società l’uomo sarebbe simile al «buon selvaggio» di Rousseau e per tornare a questo idilliaco stato di natura, scrive nel 1776 l’abate di Mably, bisogna «scegliere tra la rivoluzione e la schiavitù, non ci sono vie di mezzo». Centinaia di pamphlet vengono stampati e discussi nei club, nei salotti, nei caffè letterari, nelle logge massoniche e Luigi XVI permette che si diffonda questo nuovo umanesimo dei Lumi fondato sul diritto naturale, che intravede una nuova felicità per l’uomo, il quale per Diderot è «il termine unico da cui partire e verso il quale far convergere tutto».

La farsa del 14 luglio 1789

Il «filosofismo» porta avanti dunque la chimera di un Homo ideologicus, disincarnato, che viva in una società interamente edificata sui princìpi di Libertà, Uguaglianza e Sovranità del popolo: «Non si tratta – riassume Quétel – di riformare la tradizione inoculando la Ragione ma di rimpiazzare radicalmente la prima con la seconda». È questo il “pensiero unico” che pervade gli anni precedenti alla Rivoluzione francese e che nessuno può mettere in discussione. Chi ci prova, viene tacciato di essere «oscurantista e nemico del progresso». E a chi crede che la filosofia sia troppo astratta per fare danni, risponde lo storico ottocentesco della Rivoluzione, Augustin Cochin: «Il punto non è sentire se un ideale è in sé bello, vero, eccetera. Diventa infernale se è al di fuori della nostra portata, specie quando lo si vuole assumere come norma per il governo degli uomini e dell’organizzazione della società». In queste parole, commenta Quétel, «è racchiusa tutta la storia della Rivoluzione francese».

Procedendo di blasfemia in blasfemia, Quétel non fa che mostrare come la Rivoluzione francese sia stata un’enorme caricatura di quei diritti «naturali, inalienabili e sacri dell’uomo» proclamati dall’Assemblea nazionale nel 1789. Il primo mito da sfatare è la presa della Bastiglia, assaltata il 14 luglio 1789 dai parigini in rivolta non per abbattere un simbolo dell’Ancien Régime, ma per procurarsi la polvere da sparo per i fucili che avevano rubato il giorno precedente. La prigione è una fortezza inespugnabile ma i soldati che la presidiano, per non uccidere i rivoltosi, permettono loro di conquistarla senza sparare un colpo. Eppure le guardie vengono fatte prigioniere, il governatore della Bastiglia linciato dalla folla e un cuoco gli taglia la testa e la issa su una picca, portandola in trionfo. Un comportamento che poco si addice all’articolo 9 della Dichiarazione, secondo cui «ogni uomo si presume innocente».

Il dispotismo della licenza

In quel «simbolo dell’assolutismo» che era la Bastiglia i parigini trovano solo sette prigionieri, quattro dei quali scappano immediatamente. Degli altri tre, due sono pazzi e così vengono rinchiusi in un ospedale psichiatrico. L’ultimo, colpevole di incesto, si dà presto alla fuga per non essere imprigionato di nuovo. Commenta il dottor Rigby, inglese che si trovava a Parigi: «La gente gridava e piangeva» ma molti, vedendo lo «spettacolo orribile e feroce» delle teste issate sulle picche, «inorriditi e disgustati se ne andarono immediatamente». Non osano protestare, per timore di essere uccisi. Ecco perché Pierre-Victor Malouet, eletto agli Stati generali nelle fila del Terzo stato, commenta: «Per qualunque uomo imparziale, il terrore data dal 14 luglio». Poco importano i fatti, la presa della Bastiglia diventa un mito, perché è a partire da quel momento che «la Francia è libera» e così tutti cercano di iscrivere il proprio nome nella lista dei Vincitori della Bastiglia. Tra questi “eroi” figura Rossignol, che scriverà nelle sue Memorie di «aver seguito la gente senza capirci niente» e criticherà un altro Vincitore, Antoine Joseph Santerre, il cui unico merito è di aver condotto davanti alla Bastiglia un carretto carico di letame: «Bisognava piuttosto iscrivere nella lista i suoi cavalli».

Un giornalista dell’epoca, Jean-François Marmontel, vede nella demolizione della fortezza un oscuro presagio: «Il dispotismo della licenza è mille volte peggiore di quello dell’autorità e la gentaglia senza freni più crudele dei tiranni. Non bisognava distruggere la Bastiglia, ma depositare le sue chiavi nel santuario delle leggi». Ma non c’è alcun bisogno di leggi, quando si dividono i francesi in due, come farà Robespierre: «Il Popolo da una parte, i suoi nemici dall’altra». E del resto la «giustizia umana, pubblica e imparziale» della Rivoluzione, nonostante la maggior parte dei “nemici” venisse subito uccisa, è arrivata a rinchiudere nelle nuove Bastiglie 8.000 persone.

Mentre i deputati all’Assemblea nazionale sventolano festanti la Dichiarazione, in Francia regna l’anarchia con uccisioni e furti dappertutto. Soprattutto i fornai, accusati di nascondere il pane che scompare presto dalle boulangerie, vengono impiccati ai lampioni e la gente smette di pagare le tasse prosciugando le casse pubbliche, con buona pace dell’articolo 13 della Dichiarazione, secondo cui «per le spese di amministrazione è indispensabile un contributo comune». Per rimpinguare le casse vengono allora sequestrati tutti i beni della Chiesa e delle persone ghigliottinate (tanto che nasce il detto: «La ghigliottina batte moneta»), anche se l’articolo 17 recita solenne: «La proprietà è un diritto inviolabile e sacro».

La trasparenza uccide la democrazia

Mentre la violenza infuria per le strade, i primi anni della Rivoluzione vengono elogiati come il trionfo della democrazia. Ma i lavori all’Assemblea nazionale sono tutt’altro che democratici. La legge, recita l’articolo 6 della Dichiarazione, «è l’espressione della volontà generale» e così, nel nome della «trasparenza che è la salvaguardia del popolo», sulle tribune viene ammessa la partecipazione popolare. A ogni seduta assistono migliaia di persone, che applaudono «come a teatro» i discorsi dei deputati più radicali e fischiano i più moderati, influenzando il dibattito. Si lamentava così Jean-Joseph Mounier, avvocato e deputato favorevole alla monarchia costituzionale: «La maggior parte di quelli che fino a un attimo prima sostenevano le mie idee, mi abbandonavano immediatamente». Antoine de Rivarol, giornalista di origini italiane, ricorda: «I deputati non sono liberi di votare. Chi ha idee moderate viene fischiato e riceve lettere minatorie. Gli applausi sono solo per i più violenti». Viene anche costituito un comitato incaricato di ricevere accuse anonime e il risultato è che, per paura, i più moderati semplicemente «tacciono» per non diventare «nemici del popolo». E pazienza se, come recita l’articolo 10 della Dichiarazione, «nessuno deve essere molestato per le sue opinioni». In quei giorni i giacobini non avevano ancora cominciato a riunirsi, ma il terrore era già diffuso dappertutto, perché già si cominciava ad applicare ciò che Rousseau teorizzava nel Contratto sociale: «Chiunque si rifiuterà di obbedire alla volontà generale, vi sarà costretto da tutti i corpi sociali. Questo significa una sola cosa: costringerli a essere liberi!».

«Li ho sterminati tutti»

Tra coloro che sono stati costretti a essere liberi, ci sono gli abitanti della Vandea. Su circa 600 mila vittime della Rivoluzione (guerre comprese), trucidate nel nome della Libertà, dell’Uguaglianza e della Fraternità, circa 250 mila riguardano gli insorti della Vandea a favore del re e del culto cattolico. C’è chi parla di «genocidio», come Reynald Secher, chi soltanto di «crimini di massa pianificati», come Jean-Clément Martin. Uno dei principali autori della strage, il generale Westermann, ne parlava così pubblicamente nel 1793: «La Vandea non esiste più, cittadini repubblicani. È morta sotto la nostra spada libera, con le sue donne e i suoi bambini. Seguendo i vostri ordini, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli, massacrato le donne che non potranno più figliare dei briganti. Non devo rimproverarmi neanche un prigioniero. Li ho sterminati tutti». Altri territori dove è stata «esportata la Rivoluzione» non hanno conosciuto una sorte migliore.

Nessun articolo della Dichiarazione è stato bistrattato come quello che doveva garantire il diritto dell’accusato a un giusto processo. All’epoca del Terrore bastava una diceria per portare alla condanna del Tribunale rivoluzionario ed essere tradotti alla ghigliottina, davanti a una folla di 200 mila persone che a ogni testa che saltava, gridava entusiasta: «Viva la Repubblica!». Le accuse non dovevano essere dimostrate («a che servono i testimoni?», si spazientiva nel 1793 il Torquemada umanitario Antoine Quentin Fouqier-Tinville) e nel 1794 il Tribunale rivoluzionario abolì testimoni, avvocati, interrogatori e processi lunghi più di tre giorni perché «la lentezza è un crimine, la formalità un pericolo pubblico» e del resto non si tratta di «punire i nemici della patria ma di annientarli». Neanche Stalin o Hitler avrebbero saputo dirlo meglio.

La ghigliottina fa da sfondo alla Rivoluzione fin dal 1792, impossibile dire quante migliaia di persone siano state decollate (33 al giorno in media solo a Parigi) per aver appoggiato la monarchia o parlato male di Robespierre o aver celebrato Messa o aver mangiato del rarissimo pane bianco. Carri pieni di decine di «nemici del popolo» arrivano ogni giorno al patibolo, come spiegato da una vignetta di moda nel 1793: «C’è la ghigliottina oggi?», domanda un sanculotto. «Sì, perché ci sono sempre dei traditori», risponde l’altro.

Non si può interrompere la giustizia

Si ghigliottina ovviamente «nel nome della Fraternità» e non si fanno eccezioni per nessuno, neanche per l’inventore della chimica moderna, il grande Lavoisier, che nel 1794 chiese 15 giorni di tempo prima di morire per terminare un esperimento. «La Repubblica non ha bisogno di chimici: il corso della giustizia non può essere interrotto», la risposta. Allora il “deragliamento” della Rivoluzione è vicino al suo culmine, il Terrore è già stato messo «all’ordine del giorno» da Robespierre e deputati della Convenzione come Jean-Baptiste Carrier pronunciano discorsi di questo tipo: «È per principio di umanità che purgo la terra dalla libertà di questi mostri».

Molti condannati danno prova di coraggio nell’ultima ora. Memorabile la profezia di Marc David Lasource, ghigliottinato perché girondino: «Io muoio il giorno in cui il popolo ha perso la ragione; voi morirete il giorno in cui l’avrà ritrovata». Indimenticabili le parole di Manon Roland: «Libertà, quali crimini si commettono nel tuo nome!». Illuminanti anche quelle di un altro girondino, Vergniaud: «La Rivoluzione è come Saturno: divora tutti i suoi figli». A riprova di ciò, anche il pubblico accusatore del Tribunale, Fouqier-Tinville, finirà ghigliottinato nel 1795 dopo aver scritto: «Non sono io che avrei dovuto essere portato qui. Io non ho nulla di cui rimproverarmi: mi sono sempre conformato alle leggi».

Distruggere tutto per ricreare tutto

Fouqier-Tinville aveva ragione a lamentarsi. La Rivoluzione francese è stata tutta condotta nel nome delle leggi. È per far trionfare ideali giusti e luminosi che si sono susseguiti i colpi di Stato e che l’uomo, rimpiazzato dall’Uomo come in ogni totalitarismo, è stato staccato dalle sue radici, a partire dal cristianesimo. Scrive lo storico Jean de Viguerie: «In breve la Rivoluzione prende pienamente coscienza della sua incompatibilità con il cattolicesimo e realizza la sua natura anticristiana».

La Rivoluzione francese è stata totalitaria fin dai suoi primi passi, anche se sono serviti alcuni anni per realizzare in modo sistematico il Terrore. Ma questo è stato solo la conseguenza di premesse chiare, ben spiegate già nel 1789 dal deputato massone Jean-Paul Rabaut: «Bisogna cambiare le forme del popolo per cambiarne le idee, cambiare le sue leggi per cambiare i suoi costumi e tutto distruggere, sì, tutto distruggere, e poi ricreare tutto». La Francia non può dunque andare fiera della «nostra Rivoluzione» e se la Nazione non si è dissolta a causa della sua stessa follia è forse perché sono state ascoltate le ultime parole del re Luigi XVI sul patibolo: «Muoio da innocente. Perdono gli artefici della mia morte e prego Dio che il sangue che voi spargerete non ricada mai sulla Francia».

Fonte: “Tempi”