Cure normali, quindi azioni appartenenti all’atto di assistenza al paziente, basilari, di sostentamento, si identificano anche con idratazione e nutrizione, naturale o artificiale, trattamenti umanitari inerenti agli obblighi deontologici e morali che la realtà sanitaria, giuridica, etica è chiamata a garantire e supportare in quanto del tutto confacenti al fisiologico sostentamento vitale di caratura indispensabile. Ancor più se il paziente in questione, Vincent Lambert, è un uomo vivo, non in fase terminale, ma stabile, affetto da patologia dovuta a grave compromissione neurologica corticale, caratterizzata da alternanza di cicli sonno/veglia, riflessi, occhi aperti, movimenti facciali espressivi (sorriso). Sicuramente la diagnosi è complicata, eppure suddetta difficoltà non compiace in alcun modo della nozione di “clinicamente morto”, pertanto il soggetto è da ritenersi persona viva. Ne consegue, evidentemente, che il venir meno dell’atto non medico, poiché non terapeutico, di aiuto alla sopravvivenza mediante rifornimento di cibo e acqua, consiste nell’omicidio legalizzato di un essere umano affetto da grave disabilità. Quella che si proclama “azione pietosa” non è la scelta tra due tipologie di morte, ma tra procurare intenzionalmente la morte dell’altro inerme e consentirgli di proseguire la sua vita pienamente presente, priva di “sospensioni” temporali o circostanziali. Mettere a paragone l’accanimento terapeutico quando non si tratta di mezzi terapeutici; la proporzionalità delle cure, quando nutrizione e alimentazione non rasentano procedure squisitamente mediche, ma di ordinaria sussistenza comune, equivale ad una lettura di Vincent come involucro malfunzionante, anziché persona cui dignità intrinseca, indipendente da criteri esterni di giudizio, classificazione e/o valutazione qualitativa, assolutamente non soggetta ad attribuzioni esterne. Su quali basi si rende non perseguibile penalmente ed eticamente la soppressione di un individuo da altri giudicato futile a seconda di parametri decretati validi dal giudizio oppressivo, autoritario di individui, tra l’altro, estranei al malato in questione? La miglior configurazione della pietà contemporanea risiede nell’eliminazione della scomodità da cui derivano sacrificio e compassione, anziché la predisposizione all’accompagnamento e accudimento umano? Occorre riappropriarsi delle nozioni di libertà, fin troppo scadente nelle restrizioni del capillare concetto di autonomia e/o licenziosità, prendendo coscienza del vincolo inestricabile e permanente che la scelta di volontà mantiene inevitabilmente con la responsabilità individuale e collettiva delle azioni compiute. Relativizzando a piacimento giusto e sbagliato, scavalcando l’obbligatorietà, si sono stravolti i codici di interpretazione dell’umano, addestrando un tipo d’uomo forte solo nell’equilibrio efficiente. Accade così che l’umile, realmente pietoso, riconoscimento dell’uomo si trasforma in atti di abuso di potere determinati a costituirne l’essenza. L’habitus conforme a simili atteggiamenti è quello proprio di un certo pragmatismo post-moderno, avvinghiato ad una visione d’uomo disidratata dalla peculiarità umana. Vita e morte sono oggetti di ridefinizione, rimpicciolite, estratte dal dramma, senza più alcuna familiarità, incastrate in una zona grigia, ambigua. Frena però la paura di istanti incontenibili, ingovernabili: il fatto stesso di risultare ancora un mistero, proprio in virtù della natura creaturale che ci determina, permane, mentre le nostre convinzioni scivolano fra antiche e nuove qualifiche dell’essere umano, appianamento di una grandezza in funzionalità meccanica. Chiamarsi “creature” avvolge l’attenzione tesa al compimento; viceversa, pensarsi fautori sposta dall’agire al fare, ci rende titolari di possessi ed è per questo che si fatica ad accettare la libertà vera dell’altro quando essa ricorda al timore, alla rabbia, all’istinto, che non siamo scontati, poiché non apparteniamo al dominio. La violenza, radicalmente intollerante, da dove nasce se non dall’incapacità di vedere la trascendenza dell’altro?

Un approccio di categorizzazione neutra dell’uomo come prodotto fra i prodotti mondiali toglie la sostanza unica delle dimensioni che compongono la persona, occupandosene con criteri qualitativi di efficienza e utilità, dove la funzionalità sostituisce l’essere, giustificando così anche male etico mutato in un bene di diritto. Quell’attimo in cui il dolore ci convoca diventiamo duttili al pensiero del dolore, manipolabili, se quella fragilità non corrode il nulla fortificando la tenacia dell’abbondanza. Soffochiamo incontrando la carne, terreno di gioco dei nostri limiti, ma dall’impatto talvolta procede un incontro nuovo anche per come siamo soliti conoscerci. Chiaramente, l’inerzia del benessere e l’incalzante istanza di miglioramento, felicità, che medicalizza l’esistenza, non tollera il superamento dell’errore, piuttosto il suo annientamento L’oblio della gracilità ci divora impreparati quando si fa presente. Alla mancanza di autonomia, attualità ed espressione tempestiva delle proprie volontà, la società solidale avvalla come ipotesi più accreditata che, per salvarsi, il paziente voglia essere ucciso. Una società incapace di cogliere il distinguo fra l’essere spettatori di qualcosa che accade e il farsi esecutori attivi di qualcosa non in atto, come avviene fra morte naturale e morte indotta. Ancora una volta, cadiamo artefici e vittime delle contraddizioni non ancora pensate, allegoricamente occupate in mondi fittizi. Diseducati allo “strappo nel cielo di carta”.

Fonte: “Il blog di Giulia Bovassi”