È in corso il peggior calo demografico degli ultimi cento anni. Secondo i dati Istat relativi all’anno 2018, gli Italiani vivono più a lungo ma fanno meno figli. Anche l’apporto costituito dalla presenza degli stranieri, che negli anni passati aveva attutito i dati sul calo delle nascite, inizia a essere sempre meno corposo.

“Gli attuali cambiamenti trovano le loro radici nelle profonde trasformazioni demografiche e sociali del secolo scorso” afferma il rapporto Istat, che spiega come già dagli anni Settanta il numero medio di figli per donna sia sceso al di sotto della soglia dei due, così che le generazioni dei figli sono meno numerose di quelle dei padri. I bambini iscritti all’anagrafe sarebbero oltre i 439mila, quasi 140mila in meno rispetto al 2008. La diminuzione delle nascite è dovuta molto probabilmente alla riduzione del numero dei figli di coppie con entrambi i genitori italiani, che scendono a 359mila nel 2017 (oltre 121mila in meno rispetto al 2008).

«Siamo di fronte ad un vero e proprio calo numerico di cui si ha memoria nella storia d’Italia solo risalendo al lontano biennio 1917-1918, un secolo fa, un’epoca segnata dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell’epidemia di spagnola» commenta Giancarlo Bangiardo, presidente dell’Istat.

Anche il contributo della componente straniera va via via scemando. La contrazione dei flussi, la trasformazione dei motivi d’ingresso e comportamenti riproduttivi meno dinamici ne stanno gradualmente ridimensionando l’apporto. Sempre meno stranieri scelgono l’Italia come meta di un progetto migratorio stabile, mentre crescono gli ingressi per motivi di emergenza, come nel caso dei richiedenti asilo e protezione umanitaria.

L’analisi dei dati offre uno spaccato preoccupante del paese, lasciando emergere alcuni punti su cui agire per creare nuove possibilità per il futuro. “La fecondità bassa e tardiva è l’indicatore più rappresentativo del malessere demografico del paese“, secondo il rapporto. Le prime nozze e la nascita dei figli vengono sempre più spesso posticipate, ma tra le donne senza figli (il 45% di quelle comprese tra i 18 e i 49 anni) solo il 5% afferma di non avere incluso la genitorialità nel proprio progetto di vita. Contemporaneamente risulta in crescita il numero di coloro che hanno dovuto posticipare e poi rinunciare ai propri progetti familiari per fattori economici, sociali o di contesto.

I guadagni relativi alla durata di vita sono invece sorprendenti. All’1 gennaio 2019 la stima dell’indice di vecchiaia è di 172,9 ultra 64enni per cento giovani al di sotto dei 15 anni (undici anni fa era 143,4 per cento). E se i giovani lasciano la famiglia d’origine ad un’età sempre più avanzata per via del protrarsi degli studi e di condizioni economiche precarie, anche gli anziani diventano “vecchi” in età più avanzata. Essere giovani, adulti o anziani non è, infatti, solo un dato biologico, ma una questione sempre più legata ad abitudini e stili di vita.

“Negli ultimi decenni – si legge sempre nell’analisi – è cresciuto lo squilibrio nella struttura per età della popolazione e più recentemente si sono manifestati i segni della recessione demografica. In un contesto di bassa natalità come quello italiano, infatti, l’aumento della sopravvivenza ha portato a una prevalenza della popolazione anziana rispetto ai giovani, con squilibri intergenerazionali che possono costituire un fattore di rischio per la sostenibilità del sistema Paese”.

Fonte: “Voce Controcorrente”