Ministro Lorenzo Fontana, l’Italia è uscita dalla recessione economica ma – come ha registra­to l’Istat – è vittima di quella demo­grafica. Che segnale è?
«La recessione demografica è l’esito drammatico di una parabo­la globalista che ha portato alla di­sgregazione dei valori, del soste­gno alle reti sociali, di cui la fami­glia era cardine. Dal 1977 il Paese non ha più toccato il livello di sosti­tuzione (2,1 figli per donna, ndr)».

Immaginiamo che questo rap­presenti un nodo fondamentale per la Lega e per lei, titolare del dicastero della Famiglia.
«Da padre, da ministro e da vice- segretario federale della Lega dico che la famiglia, per noi, è una priori­tà assoluta, perché è il nucleo delle nostre comunità, ha una funzione
attiva di wellare, è “produttrice” di Prodotto interno lordo. Ho apprez­zato il fatto che il ministro Tria, nelle premesse al Def, abbia rimar­cato come il ritorno a ima fase di sviluppo economico sia stretta- mente correlato all’inversione del trend demografico negativo. E an­che il presidente Istat Blangiardo ha rimarcato la centralità del rilan­cio demografico per garantire futu­ro e sviluppo al Paese, anche sotto il profilo economico».

Che cosa rappresentano le “cul­le”, richiamate anche nel titolo del suo libro, dal punto di vista culturale e antropologico?
«Le culle sono il simbolo della responsabilità dello Stato nei con­fronti dei suoi cittadini, la responsa­bilità di garantire futuro ai propri figli».

Il fatto che siano i migranti ad “ammortizzare” questa decresci­
ta sembra un assist alle tesi di Em­ma Bonino…

«L’equazione che porta a consi­derare le migrazioni come “soluzio­ne” al problema della denatalità è una comoda scorciatoia usata da certa sinistra per giustificare le pro­prie politiche filo-immigrazioniste e, me lo lasci dire, per giustificare un certo disimpegno di alcuni go­verni del passato nel campo delle politiche familiari e pure nei con­fronti dei Paesi di via di sviluppo, che forse qualche multinazionale vorrebbe utilizzare come bacino di approvvigionamento di manodo­pera a basso costo, per abbassare i livelli salariali. Non è questo il futu­ro che abbiamo in mente».

Sempre secondo l’Istat gli an­ziani vivono “meglio” dei giovani. Dobbiamo arrenderci a una na­zione della terza età?
«Gli anziani sono un valore e
una risorsa inesauribili, soprattut­to oggi che rappresentano spesso un’àncora per tanti giovani. Ma è chiaro che dobbiamo puntare all’equilibrio tra generazioni, per permettere ai nonni di tornare a fare i nonni e ai giovani di costruir­si una famiglia e una vita autono­ma, alle migliori condizioni e ga­ranzie per il proprio futuro e per quello dei loro figli».

Demografia e crescita del Pii. Una formula “sovranista”? È la so­la formula vincente. Quali solo le misure per contrastare questa de­sertificazione?
«Da subito mi sono battuto affin­ché in legge di Bilancio venissero aumentati i fondi e rafforzate le mi­sure, ottenendo circa 3 miliardi per famiglia e disabilità. Abbiamo potenziato il fondo famiglia da 4 a 100 milioni di euro, investito 80 milioni in welfare aziendale e in
politiche di conciliazione famiglia lavoro, potenziato e reso più flessi­bili i congedi, previsto misure ad hoc come il credito agevolato per le famiglie. Ora stiamo lavorando all’assegno unico per mamme e papà, che darà a quasi tutte le famiglie italiane con bimbi, comprese finalmente quelle del cosiddetto “ceto medio”, alcune centinaia di euro ogni mese. L’obiettivo è intro­durlo già dal 2020».

Le cifre sulla natalità ci riporta­no indietro alla Grande guerra… Poi l’Italia si rialzò fino al boom economico. Ce la faremo di nuo­vo?
«Percepisco un grande clima di fiducia e la voglia di costruire un grande futuro. Siamo al fianco di tante mamme e papà per dar loro la possibilità di investire nella ric­chezza più grande: i figli».

Fonte: “Il Tempo”