In un’analisi che spiega 14 secoli di storia dell’Islam, Giuseppe Sandro Mela scrive [MELA G.S., Islam. Nascita, espansione, evoluzione, Armando Editore, 2005]: «Nei 1286 anni trascorsi dal 632 al 1918, alcuni elementi sono costantemente presenti nella storia strategica dell’Islam e quindi sono degni di particolare menzione […]. Il primo elemento è la costante aggressività dei Musulmani, siano essi Arabi e Turchi. Dal 632 al 1717 essi hanno continuamente mantenuto un atteggiamento espansionista nei confronti dell’Occidente cristiano e del resto del mondo. Smisero di perseguire le guerre imperialiste solo quando i loro eserciti divennero obsoleti e inutilizzabili. Le guerre che essi dovettero combattere in difesa furono conseguenze dei contrattacchi dell’Occidente, come, per esempio le Crociate, che risposero alla precisa esigenza di contrastarli nelle loro basi di partenza. Le guerre da loro intraprese non ebbero mai come obiettivo l’ottenere un qualche ben definito vantaggio territoriale strategico, il raggiungere confini naturali e quindi stabili, oppure il porre le basi per una conseguente pace equa e duratura. L’unico obiettivo fu l’annettere ulteriori territori e dominare altre popolazioni».

Il secondo elemento consiste nell’impermeabile chiusura ad ogni relazione con l’esterno. «I Musulmani», afferma Mela, «non sentirono mai l’esigenza di comunicare o commerciare e difatti non svilupparono mai una flotta commerciale. Tutti i commerci internazionali in questi 1286 anni furono sempre svolti dalle marinerie commerciali occidentali che toccavano i porti islamici, ma virtualmente mai navi musulmane attaccarono pacificamente alle banchine dei porti occidentali».

Un terzo elemento, a parere di Mela, «è la singolare forma di iniziazione e cristallizzazione che l’Islam presentò alla fine della sua fase espansiva».

Un ultimo elemento da tener presente è questo: «l’uso estensivo e terroristico delle scorrerie terrestri e della guerra pirata e da corsa, incursioni finalizzate al saccheggio distruttivo ed alla ricerca di schiavi».

Quello dello schiavismo è un tratto poco indagato della ferocia islamica. Ne ha parlato Agostino Nobile [NOBILE A., Islam e schiavismo, Chiesa e Post Concilio, 9 febbraio 2017]: «Le ricerche storiche sulla tratta degli schiavi nel mondo musulmano sono numerose, ma dagli anni settanta dello scorso secolo, su esplicita richiesta delle monarchie arabe, i governanti europei iniziarono a divulgare, a partire dai testi scolastici, una storia dell’Islam edulcorata. Tra i principali sostenitori di questi accordi troviamo il cancelliere tedesco Helmut Schmidt e Valéry Giscard d’Estaing, che si oppose strenuamente alla proposta d’inserire nella Costituzione europea i riferimenti alle radici giudaico-cristiane. In un incontro al Cairo del 1996, l’ex presidente della Convenzione europea e massone, fu più che chiaro. Disse: “Spero che i docenti [arabi e europei] si incontrino per scrivere insieme i loro manuali di storia”. In poco più di trent’anni, le cose si sono capovolte: lo schiavismo e il razzismo non appartengono all’Islam, ma solo all’Occidente cristiano».

Niente di più falso, perché, come sostiene giustamente Nobile, lo schiavismo è stato presente in tutte le culture di sempre, per secoli costituiva la struttura economica delle società, ma nel mondo cristiano lo schiavo, o servo, aveva i suoi diritti e veniva rispettato insieme alla sua famiglia, perché san Paolo non lo considerava umanamente inferiore: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28).

Nel Medioevo – nei secoli della cristianità – lo schiavismo era pressoché inesistente. Le tratte iniziarono con le monarchie del Regno Unito dopo lo scisma con la Chiesa di Roma ed ebbero una crescita esponenziale con l’Illuminismo. Il padre della tolleranza, Voltaire e il suo mentore inglese Locke, investirono nelle tratte degli schiavi. Nobile ricorda che «gli scritti musulmani, compresi i testi sacri dell’Islam, evidenziano certi aspetti troppo spesso ignorati nei nostri testi di storia».

Lo storico Al-Tabari calcolò che Maometto sposò in totale 15 donne e tutte le concubine erano sue schiave. Tra gli Hadith troviamo: «Nella guerra di Banu Mustalik, dopo la vittoria, i fedeli chiesero al Profeta il permesso di abusare le donne dei soldati sconfitti. Maometto acconsentì, ammonendoli di non ingravidarle perché difficili da vendere come schiave» (Buhari I vol. 13 / Muslim, hadith 1438). Il Corano: «O Profeta, ti abbiamo reso lecite le spose alle quali hai versato il dono nuziale, le schiave che possiedi che Allah ti ha dato dal bottino» (Sura 33-50). Abu `Abdullah Muhammad Al- Waqidi, autorevole biografo di Maometto della fine del IX secolo, riporta il consiglio bellico di Maometto ai suoi seguaci: «Gareggiate con me in fretta per invadere la Siria, forse avrete le figlie di Al Asfar».

Gli studiosi che si occupano delle tratte degli schiavi stimano che le deportazioni operate dagli occidentali – che compravano la merce dai Musulmani e dagli Africani che facevano schiavi le tribù rivali – hanno raggiunto un numero compreso tra i 10 e i 12 milioni di esseri umani. Dalla fondazione dell’Islam al secolo scorso gli Arabi hanno reso schiavi 15-18 milioni di africani. Commenta Nobile: «Se sommiamo un 80% di perdite lungo il tragitto, la cifra si aggira ai 75 milioni complessivi, cui vanno aggiunti milioni di uomini, uomini e bambini massacrati durante le razzie. Le stime raggiungono una cifra superiore ai 100-120 milioni di persone in dodici-tredici secoli».

Nella maggior parte dei casi l’acquisto veniva effettuato in territorio sub-sahariano, costringendo gli schiavi a una marcia di oltre mille chilometri. I viaggi in condizioni atmosferiche a dir poco terrificanti, la scarsità d’acqua e di cibo, uccidevano un numero enorme di schiavi. Lo storico Henry Drummond [DRUMMOND H., Slavery in Africa, The Johns Hopkins University Sheridan Libraries, 1989], scrive: «Prima è stato giustamente detto che, se un viaggiatore dovesse perdere la strada che porta dall’Africa Equatoriale alle città dove gli schiavi vengono venduti, potrebbe ritrovarla facilmente grazie agli scheletri dei negri che la pavimentano». Erano sufficienti poche decine di cacciatori di schiavi bene armati, per catturare centinaia di indigeni nudi e spaventati. Drummond, testimone oculare, aggiunge: «Le genti con le lunghe vesti bianche e con il turbante (gli Arabi) erano state lì con il loro capo, chiamato Tippu Tib. All’inizio era giunto per commerciare, poi aveva iniziato a rubare e a portare via le donne. Chiunque si opponeva veniva fatto a pezzi o abbattuto con le armi da fuoco, e la maggior parte della popolazione fuggì quindi nella foresta. Gli Arabi rimasero lì in forze fino a che rimase qualche chance di cacciare e catturare i fuggitivi. Tutto ciò che non potevano usare lo distrussero o lo diedero alle fiamme. In breve, il villaggio fu raso al suolo. Poi gli Arabi andarono via. I fuggitivi ritornarono a ciò che rimaneva delle loro case e provarono a ricostruirle e rimettere in sesto le coltivazioni. Dopo tre mesi, le orde di Tippu Tib apparvero di nuovo, e si verificarono le stesse scene. Dopo altri tre mesi, ci fu un altro attacco. Tutto il paese dei Baneki fu afflitto dalla carestia e dalle peggiori miserie. In Africa, i risultati della carestia erano il più delle volte terribili epidemie, in particolar modo di vaiolo. Mi è stato detto che alcuni sono riusciti a fuggire verso ovest, ma sono un numero insignificante rispetto alle migliaia – potrei dire milioni – che trovai qui nel corso della mia prima visita».

A questi soprusi si aggiungono le castrazioni. Nobile riprende quanto riporta lo storico Jan Hogendorn [HOGENDORN J., The Hideous Trade. Economic Aspects of the ‘Manufacture’ and Sale of Eunuchs, Frobenius Institute, 1999]: la percentuale di sopravvivenza dopo l’asportazione di pene e scroto su bambini fra i 7 e i 12 anni era del 10%. Scrive Hogendorn: «I mercanti Turchi, erano disposti a pagare l’equivalenza di 250-300 dollari per ciascun eunuco in Borno (nord-est dell’attuale Nigeria) in un periodo in cui il prezzo locale per un giovane schiavo non sembra andasse oltre i 20 dollari».

J.W. Brodman afferma [BRODMAN J.W., Ransoming Captives in Crusader Spain: The Order of Merced on the Christian-Islamic Frontier, 1986] che nell’attacco a Tessalonica del 903, i capi Arabi si spartirono o vendettero come schiavi 22 mila Cristiani. Il Sultano Al Arsalan devastò la Georgia e l’Armenia nel 1064 e massacrò gli abitanti; i sopravvissuti furono ridotti in schiavitù. Il Califfo Almoade Yaqub al-Mansur, conquistata Lisbona nel 1189, schiavizzò 3mila donne e bambini. La stessa fine fecero gli abitanti delle terre europee conquistate, da Bisanzio alla penisola iberica dalla Sicilia, alla Russia. Le stesse devastazioni le subirono i popoli persiani, indiani, buddisti e indù. Dal 1002 al 1015, in tre spedizioni, i Musulmani rifornirono i mercati orientali con oltre 800mila schiavi. In altre parti d’Europa, la situazione non fu diversa. Maria-Mathilda e Alexandrescu-Dersca Bulgaru raccontano [ALEXANDRESCU M.M. – BULGARU D., Le role des escalves en Romanie turque au XV siecle, Verlag Adolf M. Hakkert, 1987]: «70mila abitanti furono ridotti in schiavitù durante la campagna di Mehmed II in Morea (l’attuale Grecia) nel 1460. Il francescano Italiano Bartolomeo di Giano (Giano dell’Umbria) parla di 60-70mila schiavi catturati nel corso di due spedizioni degli Akinðis in Transylvania (1438) e di circa 300-600mila schiavi ungheresi. Se questi dati sembrano esagerati, altri sembrano più accurati: 7 mila abitanti ridotti in schiavitù dopo l’assedio di Tessalonika (1430), secondo John Anagnostes e 10mila abitanti portati via durante l’assedio di Mytilene (1462), secondo il Metropolitano di Lesbos, Leonardo di Chios». Nel 1535, gli schiavi di Tunisi e Tripoli erano circa 22 mila. Nel 1544, a Ischia, vennero fatti circa 7 mila schiavi, nel 1554 a Vieste circa 6 mila. Nel 1619, ad Algeri, erano presenti più di 50mila schiavi, 120mila incluse le città di Tunisi, Tripoli e Fez. Nel 1627 vennero assalite alcune località islandesi, con la cattura di circa 400 schiavi. Ancora nel 1810, tra Tunisi e Tripoli erano presenti più di 2 mila schiavi, e nel 1816 ad Algeri erano 1.642. La vittoria cristiana di Lepanto (1571) portò alla liberazione di un numero tra i 12 e i 15 mila Cristiani incatenati alle galee ottomane. Tra il 1530 e il 1780, durante l’impero Ottomano, i Cristiani ridotti in schiavitù, principalmente italiani e del Sud Europa, sono stimabili in 1-1,25 milioni.

Tra i giovani Cristiani resi schiavi, appartenenti alle famiglie dell’Impero – specialmente quelle della Turchia Europea, i Cristiani d’Asia erano per lo più esentati – gli Ottomani reclutavano le truppe a piedi: i giannizzeri: in turco yenī čerī, nuovo soldato e in senso collettivo, nuova milizia; raccolti con una levata detta devshirm, furono istituiti per la prima volta al tempo del secondo sultano ottomano, Ōrkhān. Erano istruiti nella religione musulmana e abituati a parlare in turco. I cosiddetti schiavi del Sultano – così venivano chiamati – divennero i più fanatici difensori dell’Islam. La devshirm durò fino al 1700 circa; in seguito, l’arruolamento dei giannizzeri si fece in certo modo eterogeneo, entrando a farne parte anche i figli dei Turchi e specialmente i figli dei giannizzeri stessi.

Danilo Quinto

Fonte: “Crux Fidelis”